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Last Girl Standing (2015)

By Simone Corà | mercoledì 23 novembre 2016 | 12:00

Dove ci spiegano cosa davvero significhi essere una final girl                                                                             

Qualche mese fa il piacevole Bound to Vengeance si interrogava con una certa intelligenza su cosa potrebbe succedere nel momento in cui la final girl fugge dal suo rapitore. Non c’erano prospettive rosee o rassicuranti, nella visione di José Manuel Cravioto, in quanto la storia proseguiva in un vortice quasi videoludico di violenza e orrore, con un riscatto e una vera liberazione sempre troppo lontani da raggiungere.
Anche il simpatico Ava’s Possession si poneva molte domande su un dopo, spostava l’argomento sulla possessione demoniaca ma, con una protagonista priva di memoria, costruiva e decostruiva una situazione a proprio piacimento, senza che il dramma interiore e l’incubo vissuto, per quanto intensi, potessero realmente predominare.
In Last Girl Standing il tema è simile, il “film” si è già svolto e adesso si segue quello che succede al termine dei titoli di coda, ma presenta un impatto molto meno viscerale e crudo del primo, e molto meno ironico e grazioso del secondo, in favore di una sorta di difficile rinascita e reinserimento nella società. A Benjamin R. Moody non interessano tanto la vendetta e i suoi derivati, né una redenzione attraverso una rivincita delle violenze subite, nel suo mirino c’è infatti qualcosa di più sgradevole e faticoso da digerire.

Camryn è sopravvissuta al killer di turno e ora tenta di sopravvivere in un ambiente dove però non è più in grado di essere sé stessa, ma tutti sanno chi è e cosa le è successo, e questo complica la faccenda. Compassione e distacco la seguono come un’ombra, ansia e agitazione sono gli unici stati emotivi che sembra conoscere, contatti e legami di qualsiasi tipo vengono rifiutati a priori.
Come se non bastasse, Camryn vede il suo rapitore ovunque, scambiando una realtà triste e povera con una fantasia distorta e brutale che non le dà pace.

Last Girl Standing è quindi un spinoso punto di domanda fin troppo realistico, pur nei suoi intenti cinematografici fermamente inchiodati al genere. Non abbiamo a che fare con corposo e micidiale film inchiesta travestito da slasher, né un qualche tipo di opera di denuncia: l’esordio di Moody non nasconde mai la sua vera natura, che emerge volentieri in molti spicchi sanguinosi prima della corpulenta bloodbath finale, ma è abbastanza ingegnoso e vivace da far risaltare questa discrepanza.  
La ricchezza comportamentale che definisce tutti i protagonisti è un bel punto a favore, ed è tale da permettere alla devastata Camryn di soffrire e urlare senza mai apparire con una mera bidimensionalità. Gli approcci verso di lei e i suoi rifiuti, i momenti imbarazzanti che vengono a crearsi e le problematicità incontrate durante le parentesi in compagnia offrono un quadro interessante e a tratti meticoloso, sempre compatto e privo di cadute con cui magari facilitare la componente più irruenta e irrazionale.


Incubi e allucinazioni spingono inevitabilmente nell’unica direzione possibile, non è un mistero quello che si sta creando ma Moody ha stile, calma e attenzione per definirlo senza renderlo pesante o troppo prevedibile. Pause e dialoghi sono preparati con cura, e vengono cuciti bene su un gruppo di personaggi giovani ma inquadrati in un ambiente lavorativo che trasmette maturità e una capacità di affrontare responsabilmente i problemi a cui vanno incontro.

Insomma, Last Girl Standing si inzuppa in un tema piuttosto problematico ma ne esce a testa alta, era un film potenzialmente disastroso ma che mostra il disegno di un autore esordiente eppure già preparato e attento.

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